
ULVER @ Teatro Espace, Torino - 18/02/10
Il concerto che aspetti da una vita…. proprio a due passi da dove abiti.
Quando uscì la data di Budapest, prevista per il 20 febbraio, promisi a me stesso che ci sarei stato. Non si poteva certo mancare a una delle rarissime esibizioni degli Ulver in oltre quindici anni di carriera. La sorte però, puntualmente sfuggente e imperscrutabile, aveva altri progetti…
Così, ecco le due date italiane: Torino e Ravenna, 18 e 19 febbraio 2010.
E’ veramente difficile descrivere la musica degli Ulver, band norvegese passata nel tempo da un furente black metal (Nattens Madrigal, Kveldssanger, Bergtatt) all’esplorazione elettronica (Metamorphosis Ep, Teachings in silence, per non parlare di Perdition city, uno degli album più straordinari che mi sia mai capitato di ascoltare), dalle colonne sonore orchestrali e ambient (Svidd neger, Lyckantropen), fin quasi a toccare i territori della musica sacra ( l’ultimo Shadows of the sun).
Opere uniche ed eccezionali, l’una profondamente diversa dall’altra, che esprimevano in modo eterogeneo il talento incredibilmente versatile di questo terzetto (ora quartetto) norvegese. Un unico rammarico: non potersi godere tutto questo di persona. La complessità delle trame e l’enorme dispiego di strumenti (se non di orchestre intere) rendevano, sulla carta, alcuni album difficilmente ricostruibili in una dimensione live. Perfette e immutabili opere da studio.
E invece eccoci qua, pronti per una serata memorabile.
Il Teatro Espace è uno spazio piccolo ma molto suggestivo, sembra quasi di trovarsi in un magazzino abbandonato per partecipare a un rito esoterico.
A consolidare questa impressione contribuisce l’incappucciato Void Ov Voices, one man band al seguito degli Ulver per dodici date del loro tour.
Il set proposto è concettualmente molto interessante: avvalendosi esclusivamente della sua voce e di un campionatore che registra e riproduce sul momento le tracce vocali, l’artista ungherese realizza una fitta e raffinata trama di sospiri, urla e suoni che, se non fossimo stati presenti, stenteremmo ad attribuire a un essere umano.
Complimenti per l’idea, ma dopo una buona mezz’ora di gargarismi in growl ci sentiamo piuttosto sollevati nel vedere Void Ov Voices lasciare il palco.
Dopo qualche minuto è già tempo di Ulver, questa sera in sei: Garm (voce, percussioni, gong e laptop), Daniel O’Sullivan (tastiere, chitarra, basso), Jorn H. Svaeren (laptop, programmazione), Tore Ylwizaker (effetti, programmazione), più un batterista e un tastierista.
L’esordio è affidato a Eos, dove la solenne profondità dell’organo si propaga progressivamente per tutta la sala, sciogliendosi in un tutt’uno con la struggente preghiera di Garm.
Facilitati da un eccellente audio e da visual particolarmente evocativi, gli Ulver riescono subito a fare breccia nella platea, riproponendo con grande abilità l’atmosfera sacra ed estraniante che si respira negli album.
Il brano viene risucchiato in un sublime vortice di archi che segna il progressivo passaggio alle note di Let the children go, altro capitolo di Shadows of the sun.
Stavolta, l’introduttiva distesa d’ambiente formata da archi, tastiere e distorsioni di chitarra viene improvvisamente azzannata da una sezione ritmica dal sapore tribale.
La performance va a toccare quasi tutta la carriera sperimentale della band: A Quick fix of melancholy (Little blue birds), Svidd neger (rappresentato dalla bellissima Rock massif part 2), Blood inside (In the red e Operator), Silencing the singing (Not saved) e altri ancora. Particolarmente interessante la rivisitazione di Plates 16-17, brano recuperato dal concept The marriage of Heaven and hell, ispirato all’opera di William Blake.
Dallo straordinario effetto d’insieme emerge, oltre alla carismatica figura di Garm, l’individualità e il talento del polistrumentista Daniel O’Sullivan. Destreggiandosi fra chitarre d’atmosfera, un basso travolgente e un pianoforte da brividi, il musicista inglese si rivela una delle chiavi del successo dell’esibizione.
Quando, nella parte conclusiva del live, la band si decide (finalmente) a dare spazio a Perdition city penso che, tutto sommato, dopo questa sera posso ritenermi in pace con me stesso.
Il suono pulito e asettico di Hallway of always sintetizza perfettamente l’essenza degli Ulver: la loro musica non è musica, c’è qualcosa di “disumano” nelle loro creazioni che ti fa sentire estraneo, infreddolito e, soprattutto, spaventato.
Non ci sono solo armonia, melodia, accordi e razionalità tecnica. Nella musica degli Ulver c’è il suono della crosta terrestre, ci sono vibrazioni e fremiti, cacofonie inafferrabili e frequenze non udibili. Come dice il sottotitolo dell’album, Perdition city è la colonna sonora per un film interiore. Ne è una meravigliosa conferma Porn pieces or the scars of the cold kisses, il capolavoro assoluto del gruppo norvegese (peccato che dal vivo venga suonata solo nei suoi tre minuti finali, ma va bene lo stesso).
Il concerto termina con l’accoppiata Like music/Not saved, suonate l’una di seguito all’altra. L’ovazione finale e le numerose richieste di bis da parte del pubblico non sortiscono effetti sulla band che saluta, ringrazia e se ne va. Ottanta minuti di rapimento estatico, in cui le aspettative della vigilia non vengono tradite nemmeno per un secondo.
Come recita la frase al termine dello show “The rest is silence”.
Dopo stasera tutto tace.
Setlist:
Eos
Let The Children Go
Little Blue Bird
Rock Massif
For the Love of God
In The Red
Operator
Funebre
Silence Teaches You How To Sing
Plates 16-17
Hallways Of Always
Porn Piece Or The Scars Of Cold Kisses
Like Music
Not Saved
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