
(2009) Sleeping Star / N5MD
Tracklist:
1. Hva (Failed Revolutions)
2. Nights In Kiev
3. Anna Ustinova
4. Exhausted Muse/Europe
5. I Used To Be Sad
6. Susy: Blue East Fading
7. The Photoshopped Prince
8. Balding Generation (Losing Hair As We Lose Hope)
9. Hermitage pt. 1
10. Hermitage pt. 2
11. Hermitage pt. 3
I Port Royal rientrano in quella categoria di gruppi che senti nominare dappertutto ma che in fin dei conti conosci poco o nulla. Leggi che suonano di qua e di là, che stanno lavorando a un disco nuovo, che godono di buona considerazione in Italia e all’estero, che collaborano con quello e quell’altro artista e ti riprometti di approfondirne la conoscenza. Ascolti un paio di pezzi (nello specifico Zobione part.2 e Decadance), non ti sembrano malaccio e li metti in un cassetto che per pigrizia non riaprirai mai. Questo Dying in Time rappresenta quindi la miglior occasione di riscatto nei confronti della mia inettitudine.
Partiamo da dati oggettivi. Port Royal: un po’ band un po’ collettivo di musica elettronica formatosi a Genova attorno a cui gravitano vari personaggi componibili e scomponibili a seconda della dimensione in cui vengono considerati (quattro, sei o infiniti in studio; dai due ai quattro in concerto).
Inizio l’ascolto: Hva (failed revolution) è un respiro continuo e ritmato che attinge inizialmente da riserve shoegaze molto M83 per spezzarsi sul finale in un singulto glitch che ricorda le atmosfere lontane e discontinue di Telefon Tel Aviv. Nights in Kiev è il naturale proseguimento di questo flusso malinconico e al tempo stesso danzereccio, perennemente indeciso sul da farsi: ti faccio commuovere o ballare? Per adesso balla commosso che poi ci penso.
Distese di tastiere e synth illuminano Anna Ustinova in modo caldo e glaciale, mentre Exhausted Muse/Europe rivela sembianze tipicamente post-rock e inaspettate viscere electro. Percorriamo i sentieri scuri e tortuosi di I Used To Be Sad e Susy: Blue East Fading (dove l’amalgama fra beat, riverberi e delays non si fonde con naturalezza), e arriviamo a The Photoshopped Prince, primo pezzo strutturato nella canonica forma canzone (voce, ritornello, durata ridotta ecc.). Con Balding Generation (Losing Hair As We Lose Hope) si ritorna al continuo susseguirsi di suoni d’ambiente e improvvisi stacchi ritmati. Le velleità da club rimangono però incompiute, pensieri estemporanei al quale dare sfogo per pochi minuti, salvo poi assopirsi tutto d’un tratto.
Nelle tre Hermitage (part 1,2,3) regna un’indeterminatezza sonora quasi ipnotizzante che consuma i minuti restanti di questo ottimo album, che spazia con disinvoltura in generi contigui tramite brani che possono essere visti uno come ovvia prosecuzione dell’altro.
Tutto d’un fiato e una sola volta. Basta e avanza per apprezzare l’algida magia di Dying In Time.
Martin Hofer
***
In pochi anni i Port Royal si sono intromessi nella scena italiana (e internazionale) spodestando nomi e situazioni già consolidati. Prima con lo shoegaze e il post-rock, poi con l'elettronica, l'ambient e i remix: un percorso che ingoia fra sé generi e stili infrangendo ogni limite. Può sembrare patetico ma sono un gioiello nella musica italiana e ogni loro uscita è sempre un vero e proprio evento.
Ma perché i Port Royal sono così importanti?
Immaginatevi un viaggio in treno, un lungo, lunghissimo treno alla volta di città innevate, che nel suo viaggio attraversa fredde e desolate lande invernali, immobili, cupe, toccate soltanto da una brezza diamantina che sferza feroce contro quel treno che, visto da lontano, parrebbe lento ma in realtà è veloce ed implacabile. Dentro un'immagine musicale del genere i Port Royal vedrebbero quel treno come la mastodontica e possente Trans-siberiana, per gli altri gruppi italiani al massimo è la Freccia Rossa Firenze-Milano che fa sempre ritardo di mezz'ora.
Sta per uscire il nuovo Dying In Time, disco che segna un punto d'arrivo per la band genovese. L'abbandono recente di alcuni membri ha decretato il definitivo approccio alla musica elettronica: drum-machine, pad, arpeggiatori, sintetizzatori; mentre del post-rock ormai è rimasto soltanto il post delle canzoni che tendono all'infinito, dai movimenti lunghi e interminabili che cristallizzano le emozioni facendole durare interi minuti, un metodo che nel precedente Afraid To Dance era stato accantonato. Rimane intatta invece la filosofia della Deca-dance, non quella di J-Ax bensì il fare della musica elettronica un mezzo capace di sondare emozioni e situazioni che vanno oltre il danzereccio, renderla un poco più intelligente: più IDM,appunto. Di fatto i Boards Of Canada sono un gruppo molto affine a canzoni come Hva e Anna Ustinova ma senza sembrarne emuli, perché dentro Dying in Time si sentono toni che difficilmente si prestano a essere etichettati. Ovviamente non sono state abbandonate completamente le chitarre (vedi Exhausted Muse/Europe e Nights In Kiev) e nemmeno i pezzi cantati, ma gli episodi vocali del disco non differiscono nello stile da quelli strumentali, giacché le voci si ordinano e si mischiano fra gli strumenti diventando una nuova fonte sonora, eccezione fatta per The Photoshopped Prince dall'umore dreamy tanto Cocteau Twins.
Quasi tutte le canzoni sono divise in due movimenti alternati fra quiete e agitazione, climax e raffreddamento, restando sempre nella gamma atmosferico-cromatica del blu. L'apice del disco probabilmente è in Balding Generation dove l'unione definitiva fra la freddezza elettronica e il caldo romanticismo genera una vivida bellezza cristallina; il trittico conclusivo di Hermitage, invece, riassume perfettamente le sfaccettature dei genovesi: IDM, post-rock, ambient.
Dying In Time alla fine si rivela bellissimo e inquietante allo stesso tempo, tanto malinconico quanto raggiante; con questo disco i Port Royal scavano in profondità nelle loro muse svelando un'interminabile ispirazione, e il risultato é fra i migliori del 2009.
Antonio Garosi
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