L’energico incedere della batteria di Delta non deve ingannare: gli Stearica oltre le gambe hanno testa, e cuore.
Infatti se le prime due tracce di “Fertile” alludono a un’opera esclusivamente calibrata sui muscoli, ad ascoltare bene, lo spazio per meditare gli Stearica ce lo concedono eccome.

Nei primi pezzi Delta e Halite il power trio di Torino mostra tutta la potenza di cui è capace con grancassa, campanacci e riff di chitarra che suonano minacciosi e cupi: una dichiarazione di guerra.
Anche il crescendo di Bes è bellicoso, col finale degno di un potente gruppo stoner rock.
Con Geber però il disco cambia rotta e gli Stearica si mostrano bravi a non lasciar che la tensione sfoci nel patetico. Dopo i bombardamenti dei primi pezzi arriva l’ora di ricostruire, trovano spazio inserti riflessivi, nuove forme di vita, nuovo caos.

A Tigris i nostri aggiungono luce, le chitarre aprono nuovi orizzonti e i ritmi tarantolati confermano il nuovo mood. Gli ospiti arrivano tardi, Scott McCloud in Amreeka, un omaggio all’America urbana che è il pezzo più riuscito, quello che si allontana dai canoni di genere: un inno ibrido, un invito solare alla vita a cui fanno eco gli undici minuti della traccia finale Shah Mat e il sax di Colin Stetson: quanti gruppi italiani possono permettersi di avere un ospite del genere?
In quest’ultimo capitolo il suono diventa meditativo trasformandosi progressivamente in un’esplosione liberatoria per poi tornare di nuovo alla calma, una sintesi del disco in cui tutto fluisce in maniera più ordinata indicando la direzione verso la quale gli Stearica intendono muoversi: una lunga suite che serva d’auspicio per un futuro fecondo.

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